Trump spinge gli Stati Uniti verso la guerra civile: cosa sta succedendo a Minneapolis

Minneapolis non è un episodio isolato. È il primo banco di prova di una strategia politica che punta allo scontro diretto tra cittadini dello stesso Stato. Secondo molti osservatori, ciò che sta avvenendo negli Stati Uniti non è una semplice escalation di ordine pubblico, ma un disegno preciso: trascinare il Paese verso una guerra civile strisciante.

La definizione è tutt’altro che retorica. Una guerra civile è un conflitto tra fazioni interne a uno stesso Paese, ed è esattamente la dinamica che l’amministrazione Trump sta alimentando, sfruttando paura, polarizzazione e repressione come strumenti di consenso.

Dall’assalto al Congresso alla nuova strategia repressiva

Non è la prima volta che Trump testa i limiti della tenuta democratica americana. L’assalto a Capitol Hill del gennaio 2021 resta il precedente più clamoroso, ma negli anni successivi il tentativo di forzare lo scontro si è ripetuto a Chicago, Portland e Los Angeles.

In quelle occasioni, il presidente aveva provato a mettere le mani sulla Guardia Nazionale, che normalmente risponde ai governatori. Il tentativo fu bloccato dalle autorità locali e dalla Corte Suprema, che stabilì l’assenza di una reale emergenza nazionale.

Oggi la strategia è cambiata, ma l’obiettivo resta lo stesso.

L’ICE come milizia federale

Il nuovo strumento è l’ICE, la polizia federale per l’immigrazione, utilizzata come forza di pressione politica nelle città democratiche. A Minneapolis l’ICE non si limita ad arrestare: presidia, intimida, reprime, assumendo un ruolo sempre più simile a quello di una milizia privata.

Il contesto non è neutro. Minneapolis è una città con una forte presenza afroamericana e una comunità somala storicamente radicata. Colpire qui significa lanciare un messaggio chiaro: lo Stato federale entra nei territori “ostili” e impone la propria autorità con la forza.

La piazza risponde: 50 mila persone in sciopero

Nonostante arresti, intimidazioni e un clima di paura diffusa, la risposta è arrivata. Cinquantamila persone sono scese in piazza in uno sciopero che ha pochissimi precedenti nella storia recente degli Stati Uniti.

La frattura sociale è ormai evidente: da una parte l’America bianca che sostiene Trump e il movimento MAGA, dall’altra neri, latinos e una parte crescente di bianchi che vedono nelle politiche migratorie una forma di repressione sistemica che non risparmia nemmeno i bambini.

La polarizzazione come metodo di governo

Trump non ha mai cercato di essere il “presidente di tutti”. Al contrario, ha costruito il proprio potere sulla divisione permanente. La Casa Bianca viene gestita come un’azienda personale: o si è dentro, o si è un nemico.

Chi minimizza oggi il rischio di una deriva autoritaria è spesso lo stesso che, anni fa, sottovalutava l’impatto globale del trumpismo. Eppure i segnali sono sempre più chiari.

Economia in affanno e deliri di onnipotenza

Il boom economico promesso non si è mai materializzato. I dazi non hanno prodotto la crescita annunciata e le elezioni di midterm si avvicinano come una minaccia concreta al potere personale del presidente.

Nelle ultime settimane Trump ha licenziato il governatore della Federal Reserve per stime economiche sgradite, si è autocelebrato a Davos con dati non confermati e ha mostrato un linguaggio sempre più autoreferenziale, parlando di sé in terza persona.

Secondo diversi analisti statunitensi, il quadro è quello di un narcisismo patologico inserito in una struttura di potere sempre più autocratica.

Il silenzio europeo e la scelta italiana

In questo scenario, colpisce la posizione del governo italiano. Giorgia Meloni continua a considerare Trump un alleato strategico, arrivando persino a rilanciare la sua candidatura al Nobel per la Pace.

Una scelta che, secondo molti osservatori, rischia di collocare l’Italia dalla parte sbagliata della storia, proprio mentre gli Stati Uniti attraversano una delle fasi più delicate della loro democrazia.

Minneapolis potrebbe non essere un’eccezione. Potrebbe essere solo l’inizio.