Non sempre la violenza si manifesta con un coltello, con un pugno o con un gesto fisico. A volte prende la forma di parole ripetute, di messaggi anonimi, di commenti scritti dietro uno schermo. È una violenza silenziosa, continua, corrosiva. Ed è proprio questo il punto su cui interviene con parole durissime Roberta Bruzzone, psicologa e criminologa, dopo gli sviluppi drammatici legati al femminicidio di Federica Torzullo e al suicidio dei genitori dell’assassino.
Il suo non è un commento “a caldo”, né un’analisi tecnica. È una presa di posizione netta, che chiama le cose con il loro nome e mette sotto accusa una parte precisa della società contemporanea: l’odio normalizzato sui social network.
“Questa è violenza collettiva”
Secondo Bruzzone, ciò a cui si è assistito nelle ore e nei giorni successivi al femminicidio non può essere liquidato come cronaca, dibattito pubblico o libertà di espressione.
“Questa è una scena di violenza collettiva”, scrive. Un accanimento psicologico esercitato su una persona già devastata dal dolore, la madre dell’uomo responsabile del delitto, bersagliata da decine di messaggi d’odio.
Messaggi spesso cancellati solo in un secondo momento, quando la tragedia è diventata di dominio pubblico. Ma quando il danno, sottolinea la criminologa, era ormai irreversibile.
L’illusione dell’impunità
Nel suo intervento, Bruzzone attacca frontalmente chi usa i social come sfogo emotivo incontrollato. Non parla di ingenuità o di eccessi verbali, ma di dinamiche psicologiche precise.
“Non siete diretti, non siete sinceri, non siete liberi”, scrive rivolgendosi agli odiatori. Secondo la psicologa, molti di questi comportamenti rivelano grave disregolazione emotiva, quando non vere e proprie problematiche cliniche che avrebbero bisogno di un intervento professionale, non di una tastiera.
Il web, spiega, offre un’illusione pericolosa: quella dell’assenza di conseguenze. Ma è un’illusione falsa. Le parole pesano. I commenti feriscono. E in alcuni casi, uccidono.
L’odio come forma di violenza
Il messaggio centrale è chiaro e non lascia spazio a interpretazioni: l’odio reiterato è violenza. La persecuzione online è violenza. L’umiliazione pubblica è violenza.
Non si tratta di opinioni, ma di dinamiche riconosciute anche sul piano psicologico. L’esposizione continua all’odio, soprattutto in condizioni di fragilità emotiva, può diventare insostenibile e produrre esiti tragici.
Secondo Bruzzone, questa vicenda rappresenta l’ennesima dimostrazione di una cultura malata, che tollera l’aggressione purché avvenga attraverso uno schermo.
Una responsabilità collettiva
Il punto più scomodo del suo intervento arriva nella parte finale. Perché la criminologa non si limita a puntare il dito contro gli odiatori, ma chiama in causa l’intero sistema.
Una società che normalizza l’aggressione verbale, che la giustifica come “sfogo”, che interviene solo a tragedia avvenuta, è parte del problema. Cancellare un commento dopo, chiedere scusa a posteriori o indignarsi quando è troppo tardi non basta.
“Le parole restano. Le ferite restano. I morti restano”, scrive Bruzzone. Tutto il resto, conclude, sono solo scuse.
Oltre la cronaca
Il suo intervento sposta il racconto oltre la cronaca nera. Non parla più solo di colpe individuali, ma di un clima culturale che rende possibile l’accanimento, lo legittima e lo amplifica.
Una riflessione che arriva dopo una sequenza di eventi già insopportabili e che pone una domanda scomoda: quanta responsabilità collettiva c’è nelle tragedie che continuano a moltiplicarsi?
Ignorare questa domanda, avverte implicitamente la criminologa, significa continuare a fingere che la violenza finisca con un arresto. Ma la violenza, quella vera, spesso continua molto dopo.
Seguo temi legati alla politica internazionale, all’economia e alla geopolitica.
Il mio approccio si basa sull’analisi dei dati, sul contesto storico e sulla lettura degli equilibri in evoluzione, con l’obiettivo di offrire strumenti utili per interpretare scenari complessi.