Paolo Crepet e la scuola che insegnava a perdere

«La scuola educava anche a conoscere le sconfitte, a far fronte a momenti di difficoltà e di delusione. La dimensione limitata del giudizio, quello delle mura di una classe, ti consentiva di ripartire, se eri caduto. Ora tutto è universale, rapido, spietato.»

La citazione di Paolo Crepet è una fotografia nitida di un cambiamento profondo, spesso sottovalutato. Non parla solo di scuola, ma del modo in cui oggi si cresce, si sbaglia e si viene giudicati. E soprattutto di quanto sia diventato difficile imparare dagli errori senza esserne travolti.

Chi è Paolo Crepet

Paolo Crepet è uno psichiatra e sociologo italiano noto per le sue analisi dirette e spesso controcorrente sui temi dell’educazione, della famiglia e della fragilità emotiva. Da anni osserva il disagio delle nuove generazioni, mettendo in relazione scuola, aspettative sociali e incapacità di gestire il fallimento.

Il suo punto di forza non è la nostalgia fine a se stessa, ma la capacità di collegare passato e presente per spiegare perché oggi tanti giovani fanno fatica a reggere frustrazione, attesa e delusione.

La scuola come palestra dell’errore

Nella frase di Crepet c’è un concetto chiave: la scuola non serviva solo a trasmettere nozioni, ma anche a insegnare come si perde. Un brutto voto, una bocciatura, una figuraccia davanti alla classe erano esperienze dolorose, certo, ma contenute.

Il giudizio restava dentro uno spazio preciso: l’aula, l’istituto, al massimo il quartiere. Questo limite era fondamentale perché permetteva di cadere senza essere marchiati per sempre. Si poteva sbagliare, soffrire, e poi ricominciare.

Dal giudizio limitato a quello universale

Secondo Crepet, oggi quel confine è saltato. Il giudizio non è più circoscritto, ma globale. Ogni errore può diventare pubblico, condiviso, commentato. Non c’è più tempo per elaborare una sconfitta: tutto è immediato, definitivo, esposto.

La rapidità e la visibilità trasformano l’errore in una condanna. Non è più una tappa del percorso, ma una macchia da nascondere. Questo meccanismo alimenta ansia, paura di esporsi e una crescente intolleranza verso qualsiasi forma di fallimento.

Perché oggi sbagliare fa più paura

Il punto non è che i giovani siano più fragili “per natura”. È il contesto a esserlo diventato. Se ogni caduta viene osservata, archiviata e giudicata, il rischio diventa insopportabile. Meglio non tentare che fallire sotto gli occhi di tutti.