Frase del giorno di George Orwell: “Ogni generazione si immagina di essere più intelligente…”

«Ogni generazione si immagina di essere più intelligente di quella che l’ha preceduta.» La citazione del giorno attribuita a George Orwell sembra quasi una battuta detta di passaggio. In realtà è un gancio: ti prende per un pensiero comune e lo rovescia con calma, lasciandoti addosso una domanda scomoda.

Orwell era famoso proprio per questo: notava schemi che molti preferiscono ignorare e li trasformava in frasi così limpide che diventa difficile far finta di niente. Qui il bersaglio è l’orgoglio collettivo, quello che ogni epoca si porta dietro come una medaglia invisibile.

Chi era George Orwell

George Orwell, nato Eric Arthur Blair nel 1903, è stato uno scrittore e saggista inglese che ha raccontato con lucidità i meccanismi del potere, la manipolazione del linguaggio e l’autoinganno umano. È conosciuto soprattutto per 1984 e La fattoria degli animali, ma anche i suoi saggi hanno inciso profondamente sul modo in cui pensiamo a propaganda, verità e responsabilità individuale.

Orwell non amava l’atteggiamento da profeta. Preferiva quello dell’osservatore: guardare, collegare, scrivere senza abbellimenti. E, soprattutto, diffidare delle certezze granitiche quando si presentano con il tono di chi “ha capito tutto”.

Il significato della citazione: non è contro il progresso

La frase non dice che le generazioni non migliorano. Dice una cosa diversa: ogni generazione tende a convincersi di essere automaticamente superiore. Più intelligente, più morale, più consapevole. Orwell non nega i passi avanti: mette in guardia dalla presunzione che accompagna spesso quei passi.

Il punto centrale è che il pericolo non è l’ignoranza, ma l’eccesso di sicurezza. Quando una generazione si sente “più avanti per definizione”, smette di ascoltare. Dà per scontato che il passato sia stato stupido invece di chiedersi quali condizioni lo abbiano formato. E soprattutto fatica ad ammettere che anche il presente ha punti ciechi.

La trappola dell’overconfidence

Orwell suggerisce un’idea semplice: la tecnologia cambia più rapidamente della natura umana. Evolvono gli strumenti, non per forza i difetti. Orgoglio, conformismo, bisogno di appartenere, autoassoluzione: restano. E spesso si presentano con un trucco elegante, quello della superiorità morale.

È qui che la citazione diventa inquietante: non parla “degli altri”. Parla di noi. Di quel riflesso istintivo che ci fa dire: “Adesso sì che sappiamo come stanno le cose”.

Perché oggi suona ancora più vera

Nel presente, la certezza è una valuta: viene premiata, condivisa, amplificata. Il dubbio invece sembra debolezza. Eppure Orwell ci ricorda che la storia è piena di epoche convinte di essere definitive, pulite, informate, giuste. E quasi tutte, viste da lontano, appaiono più fragili di quanto credevano.

Il messaggio non è deprimente: è utile. Perché invita a sostituire l’arroganza con un atteggiamento più solido: l’umiltà. Non quella che si sminuisce, ma quella che ascolta, verifica, e accetta l’idea che anche le convinzioni “moderne” possano invecchiare male.

Altre citazioni famose di Orwell (stessa lezione, stesso taglio)

Molte frasi di Orwell girano attorno allo stesso punto: verità, potere, linguaggio, autoinganno. Tra le più note:

«In un’epoca di menzogna universale, dire la verità è un atto rivoluzionario.»

«Se la libertà significa qualcosa, significa il diritto di dire alla gente ciò che non vuole sentire.»

«Il linguaggio politico è progettato per far sembrare vere le bugie.»

«Tutti gli animali sono uguali, ma alcuni sono più uguali degli altri.»

La lezione finale

Orwell non chiede di idolatrare il passato né di distruggerlo. Chiede di fare una cosa più difficile: riconoscere che credersi più intelligenti potrebbe essere l’errore più antico di tutti. E che il vero progresso, quando è reale, regge benissimo anche una dose di autocritica.