Il caso di Pietracatella non smette di aggiungere strati di complessità. Nel piccolo borgo molisano vicino Campobasso, lo scorso dicembre, sono morte Antonella Di Ielsi, 50 anni, e la figlia Sara Di Vita, 15 anni, per quello che le analisi hanno certificato come un’intossicazione acuta da ricina. Il marito e padre Giovanni Di Vita è sopravvissuto — e i suoi test sono risultati negativi alla ricina. Un risultato che ha generato interrogativi profondi. Ora interviene l’Istituto Lazzaro Spallanzani IRCCS di Roma, con una nota ufficiale che chiarisce come siano stati gestiti i campioni biologici del sopravvissuto. Ma i dubbi non si dissolvono.
Lo Spallanzani: “Conservazione avvenuta secondo protocolli standardizzati”

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L’Istituto Spallanzani ha sentito la necessità di intervenire dopo le dichiarazioni dei giorni scorsi del direttore del Centro Antiveleni Maugeri di Pavia, Carlo Locatelli, che aveva lasciato intendere possibili problemi nella conservazione dei campioni. La nota è precisa: “I campioni del paziente Di Vita Giovanni sono stati raccolti e conservati presso l’Istituto secondo modalità specificamente previste e validate per le indagini di microbiologia clinica”. Le temperature: +4°C per le indagini sierologiche, -20°C per gli estratti destinati alle analisi molecolari. Tutto in linea con i protocolli.
Una presa di posizione netta, che risponde alle “imprecisioni comparse sulla stampa” — così le definisce lo Spallanzani — e che tende a escludere un errore di conservazione come spiegazione per la negatività dei test sul padre.
Ma il Centro Antiveleni di Pavia aveva detto altro
Il problema è che la versione del tossicologo Carlo Locatelli, intervistato dalla trasmissione IgnotoX, aveva aperto una prospettiva diversa. “Ai nostri test ripetuti più volte è risultato negativo alla ricina, ma il campione non era stato inizialmente conservato da noi”, aveva dichiarato. E poi la spiegazione tecnica che ha alimentato il dibattito: “Quando passano dei mesi dall’ingestione di un veleno di questo tipo e il campione non viene protetto in un certo modo è anche possibile che le tracce del veleno svaniscano”.
Anche la procuratrice di Larino, Elvira Antonelli, aveva pubblicato stralci delle analisi che certificavano l’intossicazione acuta da ricina nelle due vittime, ma la negatività di Giovanni Di Vita. Il tossicologo aveva spiegato che questa circostanza “può ritenersi compatibile sia con l’eventuale assenza della proteina nel sangue al momento del prelievo, sia con la possibile degradazione, anche completa, dell’analita, in ragione del tempo trascorso tra il prelievo e l’esecuzione delle analisi”.
Cosa è la ricina e cosa sappiamo del caso
La ricina è una tossina estratta dai semi della pianta del ricino, una delle sostanze più letali conosciute — non esiste antidoto. Locatelli ha fornito un dato che aiuta a contestualizzare la vicenda: “In Italia lo scorso anno ci sono stati 7-8 casi di intossicazioni da ricina, casi di ingestioni accidentali di piccole quantità e nessuno è deceduto”. Il fatto che Antonella Di Ielsi e la figlia Sara siano morte indica dunque esposizioni di tutt’altra entità rispetto ai casi accidentali usuali.
Il ricino cresce spontaneamente in Italia, ma la ricina come veleno richiede una lavorazione specifica. Chi ha avvelenato le due donne — se di omicidio si tratta — sapeva quello che faceva.
Il nodo irrisolto: il padre è innocente o anche lui è stato avvelenato?
La negatività di Giovanni Di Vita ai test sulla ricina è il cuore del giallo. Ci sono due letture possibili, entrambe ancora aperte. La prima: il padre non è mai entrato in contatto con la ricina, il che lo renderebbe potenzialmente il soggetto su cui si concentra il sospetto investigativo. La seconda: anche lui ha assunto la sostanza, ma i campioni sono stati analizzati troppo tardi e le tracce si erano già degradate — il che lo renderebbe una terza vittima sopravvissuta per motivi ancora da chiarire.
Lo scontro scientifico tra Spallanzani e Centro Antiveleni di Pavia non chiarisce quale delle due ipotesi sia più probabile. Chiarisce solo che la domanda resta aperta. E che le indagini, coordinate dalla Procura di Larino, hanno ancora molta strada da fare.