Ci sono parole che, quando spariscono da una legge di bilancio, fanno più rumore di cento annunci. Anticipi pensionistici è una di queste. Nella Manovra 2026 il termine resta sulla bocca di politici e opposizioni, ma viene svuotato nella sostanza. Quello che fino a pochi mesi fa era stato presentato come un primo passo verso una maggiore flessibilità in uscita oggi viene cancellato, ridimensionato, rinviato.
Il via libera della Commissione Bilancio del Senato segna un punto di non ritorno. La possibilità di anticipare la pensione di vecchiaia utilizzando i fondi di previdenza complementare salta. E insieme a questa scelta si apre un fronte molto più ampio, che riguarda lavoratori precoci, usuranti, contributivi puri e tutti coloro che avevano costruito le proprie aspettative su regole che ora non esistono più.
Cosa sono gli anticipi pensionistici e perché erano diventati centrali
Negli ultimi anni gli anticipi pensionistici erano diventati una parola chiave del dibattito previdenziale. Non per ideologia, ma per necessità. In un sistema sempre più rigido, con età anagrafiche elevate e carriere discontinue, la possibilità di uscire prima dal lavoro rappresentava una valvola di sfogo per migliaia di persone.
L’idea introdotta con la precedente legge di bilancio era semplice nella sua formulazione e ambiziosa nelle conseguenze. Consentire ai lavoratori interamente nel regime contributivo di sommare alla pensione pubblica anche la rendita maturata nei fondi complementari per raggiungere l’importo minimo richiesto e accedere alla pensione di vecchiaia anticipata a 64 anni.
Non un regalo, ma un meccanismo di flessibilità. Non una scorciatoia, ma una scelta individuale basata su quanto ciascuno aveva accantonato nel tempo.
La svolta della Manovra 2026: lo stop agli anticipi pensionistici
Con il nuovo maxi-emendamento del governo, approvato in Commissione Bilancio, questo strumento viene cancellato. La norma che consentiva il cumulo tra pensione pubblica e previdenza complementare ai fini dell’anticipo viene soppressa integralmente.
Il risultato è netto. Dal 2025 in poi non sarà più possibile utilizzare i fondi complementari per anticipare l’uscita dal lavoro nella pensione di vecchiaia. Chi aveva pianificato il proprio percorso previdenziale su questa possibilità si ritrova improvvisamente senza alternativa.
Il ministro dell’Economia ha liquidato la questione con parole che pesano più dei numeri. Ha ricordato che la misura era stata introdotta dal governo stesso l’anno precedente, ma ha ammesso che non è stata ritenuta strategica. Una frase che, tradotta, significa una cosa sola. Gli anticipi pensionistici non sono più una priorità politica.
Chi perde davvero con la cancellazione degli anticipi
La narrazione ufficiale parla di risparmi per i conti pubblici. La realtà, però, si misura sulle persone. Perdono innanzitutto i lavoratori contributivi puri, quelli entrati nel mercato del lavoro dopo il 1996, che non possono contare su sistemi misti e che già oggi vedono la pensione come un obiettivo lontano.
Perdono anche coloro che avevano investito nella previdenza complementare proprio per guadagnare flessibilità. Il messaggio implicito è chiaro. Risparmiare va bene, ma non per uscire prima. I fondi restano utili solo per aumentare l’importo finale, non per anticipare i tempi.
E perde il sistema nel suo complesso, perché viene meno un esperimento che avrebbe potuto aprire la strada a soluzioni più ampie, magari estese in futuro anche ai lavoratori con carriere miste.
Aumentano i tagli per precoci e usuranti
La cancellazione degli anticipi pensionistici non è l’unico intervento che pesa sul fronte previdenziale. La Manovra 2026 rafforza anche i tagli all’anticipo pensionistico per i lavoratori precoci.
Parliamo di persone che hanno iniziato a lavorare molto presto, spesso prima dei diciannove anni, e che accedono alla pensione anticipata con quarantuno anni di contributi. Il nuovo emendamento aumenta le decurtazioni previste negli anni futuri, portando i tagli a livelli mai visti prima.
Dal 2033 le risorse destinate a questa forma di anticipo vengono ridotte ulteriormente, fino ad arrivare a una decurtazione strutturale che supera i cento milioni annui. A questo si aggiunge il taglio al Fondo per il pensionamento anticipato dei lavoratori usuranti, che riduce in modo significativo la dotazione disponibile.
Il paradosso della flessibilità promessa e negata
Negli ultimi anni la parola flessibilità è stata usata spesso nel dibattito politico sulle pensioni. Ma la Manovra 2026 racconta una storia diversa. Le finestre di uscita si allungano, le possibilità si restringono, le sperimentazioni vengono archiviate.
Il senatore della Lega Claudio Borghi ha parlato di un esperimento da riprendere in futuro con una norma ad hoc. Ma per ora il segnale che arriva è di chiusura. Si rinvia tutto a data da destinarsi, mentre chi oggi è vicino alla pensione deve fare i conti con regole più rigide di quelle previste solo pochi mesi fa.
Il contesto politico: una maggioranza sotto pressione
La scelta di cancellare gli anticipi pensionistici si inserisce in un clima politico teso. Le opposizioni parlano apertamente di tradimento delle promesse elettorali. La segretaria del Partito Democratico Elly Schlein ha accusato il governo di fare cassa sulle pensioni e di colpire le categorie più deboli.
Anche all’interno della maggioranza le tensioni sono evidenti. La necessità di chiudere la Manovra entro Natale ha imposto scelte rapide, spesso più dettate dall’urgenza dei conti che da una visione di lungo periodo.
Il risparmio per lo Stato e il costo sociale
Dal punto di vista dei numeri, la cancellazione degli anticipi pensionistici produce risparmi crescenti nel tempo. Decine di milioni già nei prossimi anni, oltre cento milioni a regime. Sono cifre che aiutano a tenere in equilibrio il bilancio pubblico.
Ma il costo sociale è più difficile da quantificare. Significa anni di lavoro in più per chi aveva già programmato l’uscita. Significa incertezza per chi aveva fatto scelte previdenziali basandosi su una normativa che ora non esiste più.
E significa, soprattutto, rafforzare la sensazione che il sistema pensionistico italiano sia un terreno instabile, dove le regole cambiano continuamente e dove la pianificazione di lungo periodo diventa sempre più difficile.
Anticipi pensionistici: una parola che resta, una misura che scompare
La pensione anticipata torna a essere un privilegio per pochi, legato a requisiti sempre più stringenti e a finestre sempre più lunghe. La previdenza complementare resta un pilastro importante, ma non più una chiave per guadagnare tempo.
È una scelta politica chiara, anche se raccontata con cautela. E come tutte le scelte chiare, produrrà conseguenze. Non subito, ma nel tempo. Quando chi oggi ha cinquantacinque o sessant’anni si accorgerà che l’uscita è più lontana di quanto pensava.
La Manovra 2026 passa. Gli anticipi pensionistici no. E per molti lavoratori, questo fa tutta la differenza del mondo.
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